Bertolazzi, lo smart worker italiano che fa trucchi da Oscar

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«Il mondo dell’arte non ha confini». Il make up designer Alessandro Bertolazzi, assieme a Giorgio Gregorini, ha da poco ritirato la statuetta più prestigiosa del cinema quando pronuncia una frase che, per quanto rituale, dà appieno l’idea di cosa sia diventato oggi il mondo del business e del lavoro.

 

OSCAR PER IL MIGLIOR TRUCCO NEL FILM SUICIDE SQUAD

Sul palco del Dolby Theater di Los Angeles, i due professionisti del set hanno portato un po’ d’Italia, conquistando l’Oscar per il trucco nel film Suicide Squad di David Ayer. «Sono un immigrato, vengo dall’Italia e lavoro in giro per il mondo. Questo mio premio è per tutti gli immigrati», ha scandito trionfante il vercellese (è nato a Casanova Elvo, comune con meno di trecento abitanti) dopo la premiazione, del tutto inaspettata.

L’UFFICIO OGGI È IL MONDO INTERO

Al netto della velata invettiva anti-Trump, ricorrente nelle parole di altri protagonisti della serata, la dichiarazione di Bertolazzi ha tanto a che fare con la realtà di molti lavoratori che nel corso della loro carriera non guadagneranno mai titoli e onorificenze di portata analoga, ma sanno bene cosa significhi essere professionisti senza sede.

Sì, Bertolazzi è uno smart worker. Uno dei tanti italiani, professionisti nel loro settore, che non hanno un ufficio fisso dove presentarsi tutte le mattine, e colleghi stabili con cui interfacciarsi a ogni piè sospinto. Lavoratori sempre in movimento, sempre dove può rivelarsi utile il loro contributo. Per un giorno, un mese, un anno.

 

C’È CHI COSTRUISCE MURI, IL LAVORO LI HA GIÀ ABBATTUTI TUTTI
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Un frame di Suicide squad, il film che ha fatto vincere l’Oscar a Bertolazzi

Il loro ufficio è il computer portatile. Oppure il tablet. Ma a volte è più che sufficiente uno smartphone. Sanno dove lavorano in questo momento (se stanno lavorando), gli è molto meno chiaro dove saranno domani. Un altro set, un’altra azienda. Chissà quale. Oggi non è più solo l’arte a non avere confini.

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