Mille macchine per cucire e un lavoro da insegnare: il sogno dell’ex meccanico

Giovanni è un uomo d’altri tempi con un lavoro d’altri tempi. Per 40 anni ha aggiustato macchine per cucire, la sua passione. Nel corso della sua carriera, mai terminata perché «qualcuno mi chiama sempre per sistemargli la macchina», ne ha collezionate più di 1000. Ferri vecchi, pezzi usati: li ha aggiustati tutti e li ha tenuti. Ora, con l’aiuto della figlia Giuliana, hanno messo in piedi un progetto che può trasformare questo patrimonio in qualcosa di bello e utile: prima un museo, poi un laboratorio dove insegnare questo mestiere.

Giovanni Baldin e le 320 macchine da cucire esposte a Robbio

Giovanni Baldin e le 320 macchine da cucire esposte a Robbio

 

MACCHINE PER CUCIRE: 600 PEZZI IN CERCA DI UNA CASA

A The Hobby Show, in fieramilanocity, incontriamo Giuliana Baldin e suo padre, circondati da decine di macchine per cucire: strumenti stupendi di epoche diverse, da metà dell’800 ai giorni nostri. «Fanno parte di una mostra permanente che abbiamo allestito a Robbio, in una sala attigua ad una scuola media – racconta Giuliana – e che abbiamo dedicato alla memoria di mia madre, Vivetta. Ne abbiamo esposte circa 320, ma al momento non abbiamo lo spazio per esporle tutte e 600». Le altre 400 Giovanni le ha mandate in Africa con i missionari, perché «le macchine per cucire a pedale non hanno bisogno dell’elettricità, e per loro sono una risorsa importantissima».

 

I PROGETTI DEI BALDIN: DA MUSEO A POLO CULTURALE
La sala allestita a Robbio, in provincia di Pavia, con le macchine per cucire dei Baldin

La sala allestita a Robbio, in provincia di Pavia, con le macchine per cucire dei Baldin

Con quelle che hanno tenuto, Giuliana e suo padre vogliono diventare a loro volta una risorsa per il territorio: «Abbiamo lanciato un crowdfunding per fare della nostra collezione il più grande museo di macchine per cucire d’Europa – racconta la figlia di Giovanni, che è anche presidente di una cooperativa sociale – e vogliamo insegnare il mestiere di mio padre ai giovani che non studiano e non lavorano: ritrovare così il valore etico del lavoro».

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