Italcables, quando i dipendenti salvano l’azienda dal fallimento

Dall’incubo chiusura al sogno di rinascita. La Italcables di Caivano, azienda del Napoletano in cui vengono prodotti cavi d’acciaio, è pronta a vivere il suo “secondo tempo” grazie all’impegno e ai sacrifici dei dipendenti.

 

italcables

Dipendenti della Italcables di Caivano

DA DIPENDENTI A PROPRIETARI
Dando fondo ai loro risparmi hanno contribuito a rilevare la società per cui lavoravano, salvandola dal fallimento e trasformandola in cooperativa. Al nome d’origine hanno aggiunto soltanto l’acronimo Wbo, workers buyout, il modo elegante per descrivere il loro nuovo status: da dipendenti a proprietari. Anche se per loro il lavoro sarà lo stesso. Matteo Potenzieri è il vicedirettore della fabbrica e a Uomini e imprese ha raccontato le difficoltà di questa operazione di salvataggio e rilancio.

 

I PROBLEMI COMINCIANO NEL 2008
I primi problemi nascono nel 2008 con lo scoppio della crisi, ma è nel 2011 che si avvicina il precipizio con la stretta finanziaria sia da parte delle banche che dei fornitori: «A gennaio 2013 si è arrivati al blocco completo delle forniture e alla sospensione della produzione. E lì è iniziata un po’ la nostra storia». Nel giro di pochi mesi infatti la Italcables giunge al concordato preventivo che porterebbe allo smembramento dell’azienda in pezzi da vendere per coprire i debiti. Il commissario liquidatore acconsente però alla richiesta di ragionare sulla vendita dell’intera azienda e non delle singole parti.

 

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Scongiurata la chiusura, si torna al lavoro

PRIMI PASSI VERSO LA RINASCITA
Proprio in quel frangente nasce l’idea di prendere possesso dell’attività. Grazie al sostegno di soci finanziari forti e alla fiducia accordata da una banca che ha acceso nuove linee di credito, lo stabilimento si rimette in moto, non senza difficoltà. La strada però è ancora lunga: «Stiamo continuando a fare sacrifici, con stipendi ridotti all’osso». L’obiettivo è far sì che l’azienda «possa pian piano riprendere il suo cammino e arrivare al livello minimo di sostentamento per generare utile e permetterle di camminare con le proprie gambe», spiega il vicedirettore. Una storia di orgoglio e impegno, che merita di avere un lieto fine.

redazione@bimag.it

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