Per fare export non serve solo l’inglese ma ottime soft skill

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Internazionalizzazione ed export, il mercato globale ormai detta regole ferree. Se non si sanno superare i confini nazionali si rimane indietro. Un’evoluzione del business, però, che non fa leva solo sulla lingua, come si potrebbe pensare, ma sulla capacità di apertura mentale e interculturale.

Così, mentre la Wto distribuisce i risultati del suo report annuale sullo stato dell’arte nel settore dell’import/export, sottolineando come l’Italia rimanga ancora per un soffio nei primi dieci più importanti esportatori del mondo, con i suoi 462 miliardi di dollari nel 2016 (nono posto, molto lontano da Cina e Usa), noi abbiamo voluto capire meglio quali sono i segreti per sviluppare una buona strategia di export anche per le aziende italiane. Un fattore ormai sempre più importante, ai fini della ripresa economica del nostro paese, di cui abbiamo voluto parlare con Lucilla Rizzini, esperta di export coaching per Ellecubica che ha girato il mondo, lavorando per grandi brand di caratura internazionale, e che da qualche tempo, attraverso i suoi workshop, sta cercando di portare nella nostra penisola la filosofia di un nuovo approccio al business, basato più sulle persone e il loro ascolto che non sulla finalizzazione degli accordi commerciali.

 

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Lucilla Rizzini, export coach di Ellecubica

Come nasce l’export coaching?
«Diciamo che è l’unione tra tre elementi: esperienza, conoscenza e intuizione. Sono passati ormai 11 anni dai miei primi shock culturali all’incontro con le filosofie orientali, molto distanti dalla nostra. In quei primi contatti di business ho realizzato che le capacità di vendita e di negoziazione non erano sufficienti».

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