Il lavoro si trova online all’asta (ma crowd work, per ora, è senza regole)

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Sembra essere l’ultima frontiera in fatto di recruiting. Il lavoro? Si trova online all’asta. Le prestazioni professionali (in qualsiasi settore), oggi, si scambiano sulle piattaforme digitali: migliaia di lavoratori sono connessi a una piattaforma per evadere le richieste dei committenti.

 

IL LAVORO SI TROVA ONLINE ALL’ASTA

Si apre un sito specializzato, si scrive una richiesta, fissando un compenso, e il gioco è fatto: qualche professionista della folla di lavoratori online (da qui il nome crowd work) risponderà con il servizio necessario. In alcuni casi, può anche aprirsi un’asta che premia il progetto migliore. Con il crowd work viene meno il vincolo geografico: la rete avvicina tutti i professionisti. Che sia il colpo di coda finale della sharing economy alle agenzie di intermediazione? Presto per dirlo: per il momento, dati ufficiali che inquadrino questa fetta di lavoro digitale non ce ne sono.

 

CROWD WORK, NUOVA SFIDA DELLA SHARING ECONOMY

Il lavoro si trova online all’asta (ma crowd work, per ora, è senza regole)

Crowd work, la nuova frontiera della sharing economy

Risale al 2005 la prima piattaforma di crowd work: siamo negli Usa e venne sviluppata da Amazon Mechanical Turk (Amt). Dieci anni dopo, nel 2015, la piattaforma registrò 500mila iscritti di 190 differenti Paesi. Le stime parlano di almeno l’11% dei lavoratori americani che nel 2020 sperimenterà questa forma di lavoro digitale. In Italia, sembra che il 22% della forza lavoro attiva nello Stivale ha svolto un lavoro di massa negli ultimi anni. Secondo la Commissione europea, nel 2015, in Europa i guadagni ottenuti dal crowd work sono stati pari a circa 28 miliardi di euro. Mancano ancora, però, norme giuridiche che inquadrino e regolamentino la nuova tipologia di professionisti della sharing economy.

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